domenica 16 giugno 2013

Metterci la faccia



Quando eravamo punk

Mi guardo allo specchio e vedo un tizio con la barba, trentenne, con qualche accenno di ruga e capelli corti e neri. L'espressione è ancora buona, combattiva.

Eppure c'è qualcosa che stona, nell'insieme. Pare l'abbiano appena imbrogliato, quel tizio. Gli hanno sempre detto che l'abito non fa il monaco, ma sono cazzate.

Magari è tutta una questione di faccia. Avessi una faccia più gentile forse avrei quello che voglio più in fretta. Magari no, è solo un' idea. Magari è una questione di colore della pelle, sono più scuro di un nordafricano, una volta, in Egitto, andavo in giro con una tizia e un poliziotto arriva sparato urlando qualcosa come “kiallah mutuallah sbudellahh” io gli dico che non capivo un cazzo, di parlarmi in inglese, perché ero italiano, questo insiste a parlarmi in Arabo, allora guardo la tizia che stava vicino a me, svedese, e capisco. Il tizio è convinto io sia Arabo, ed è geloso. Cerco di risolvere il problema prendendo il passaporto dalla tasca posteriore dei miei jeans, ma appena accenno a farlo il tizio spiana il mitra all'altezza del mio ombelico, alzo le mani, sorrido, gli dico “ehi amico, devo solo prendere il portafoglio, mica una pistola”. Riprovo ad agguantare il portafoglio e finalmente riesco a tirarlo fuori, lui se lo guarda stupito, si scusa una decina di volte, poi mi chiede se ho parenti arabi. Poi ci lascia andare.

Quante volte invece sono stato preso per spacciatore? Seduto sulle scale a Perugia: “Hai fumo?” me lo sarò sentito dire cento volte, anche se non stavo fumando niente di più di una sigaretta. Alla fine ho capito. Venivo scambiato per Marocchino, l'equazione era semplice.

Quello che sembrate è importante, l'ho capito dopo. Fino ai vent'anni credevo l'aspetto non contasse un cazzo, sapevo di essere intelligente, lo ero, ma vestivo da straccione, potete immaginare quanto la gente mi prendesse sul serio.

Vi racconto una storia, per farvelo capire.

Il mio primo anno d'università lo passai bevendo come una spugna, fumando e provando più o meno qualsiasi categoria di stupefacente fosse possibile provare. L'estate torno a casa, decido di smettere con tutto, Alcool, sigarette, erba e tutto il resto. Dopo una settimana il mio sistema nervoso simpatico sbarella ed inizia a chiedere dopamina.

Io dico “no
!” ed è lì che comincia una serie di attacchi di panico così spaventosi da far temere l'infarto, finisco in ospedale con una frequenza cardiaca che passa da settanta a centoquaranta a seconda del momento, i medici decidono di tenermi in osservazione e mi piazzano elettrodi ovunque per monitorarmi.

Nel letto accanto a me stava un tizio, un pescatore di Cagliari che stava li per qualche ragione che non conoscevo e che ancora non conosco. Non mi parlava, mi guardava come uno scienziato guarderebbe una capsula di Petri. Per un giorno intero continua a fissarmi senza proferir parola, io me ne sbatto, avevo ben altro a cui pensare con il cuore che saltava da una frequenza all'altra senza controllo, ero sicuro di dover morire, potete immaginare quanto m'importava del tizio. La sera passa a trovarlo suo fratello con delle paste.

Ndi ollisi una oh su piccioccu?” mi chiede in campidanese, allungandomi una ciambella al cioccolato.

De undi seisi?” Gli chiedo io, agguantando la pasta, e iniziamo a parlare delle varie origini, dei paesi e delle conoscenze comuni, perché se c'è una cosa sicura, è che in Sardegna tutti conoscono qualcuno che ti conosce, siamo pochi, ci si conosce tutti.

Dopo un po' che si parla, il fratello ammalato mi dice, alzandosi dal letto: “Ma lo sai che ti credevo un drogato? Invece sei una brava persona, tagliati quei capelli che fai paura!”

Parlava dei miei capelli bicolore rasta e per gentilezza non aveva aggiunto commenti sul pizzetto nero e lungo da brigante che spuntava come delle radici di quercia dal mento.

In quel momento capii che forse, anche se l'aspetto non era proprio fondamentale, aveva una sua importanza se impediva alla gente di vedere quello che c'era sotto. Lasciai i capelli crescere ancora un po', quindi tagliai via la parte decolorata, e tagliai via i rasta, che obbiettivamente facevano schifo al cazzo.

Perché vi racconto queste cose? Per dirvi che è vero che l'apparenza non conta, ma se non conta, allora che senso ha cercare di essere diversi a tutti i costi? Mi rendo conto solo adesso che colorarsi i capelli, andare in giro con i jeans strappati e i maglioni bucati non dimostrasse assolutamente nessun tipo di diversità, seguivo solo un modello diverso, Sid Vicious piuttosto che Warren Buffett, Kurt Cobain al posto di Lord Brummel.

Ero così concentrato sull'apparire diverso che dimenticavo che, in questo modo, avrei nascosto le cose che mi rendevano diverso per davvero. Come fare uscire altrimenti Russel, Baudelaire, Stravinskij, Buckowski, Hemingway e tutti gli altri?

La maggior parte degli “alternativi” che conosco legge un libro all'anno se va bene, e la cosa più alternativa di loro è la marca di vinello da discount che bevono.

Volete essere alternativi? Studiate neurofisiologia, fisica, matematica, biologia, leggete tutto quello che vi capita in giro, non ascoltate la gente, tantomeno me, che non capisco un cazzo, come tutti gli altri, del resto.

E se avete un figlio che si veste come mi vestivo io, lasciatelo fare, regalategli dei libri nel frattempo, capirà da solo. Se proprio volete fargli un favore, fategli un drug test ogni tanto.