sabato 22 agosto 2026

Teoria e pratica del viaggio



Scrivo solo quando penso di avere qualcosa da dire, che non sia già stato detto centinaia di volte e che, a mio giudizio, sia interessante. Una delle cose di cui capisco qualcosa sono i viaggi.

Arrivare in un posto nuovo, guardarti attorno, capire come devi fare per risolvere i problemi che ti arrivano addosso uno dopo l’altro: questa cosa l’ho imparata a fare sin da bambino. Da bambino ho cambiato casa un paio di volte, in paesi diversi; poi, a 13 anni, sono finito in collegio a Spoleto. Quindi Pisa, Perugia, l’Egitto, la Tunisia, la Spagna, l’Australia, il ritorno in Italia; nel mezzo e dopo, decine di viaggi meno lunghi, da tre mesi alle due settimane, in ogni parte del mondo.

Nel tempo ho sviluppato una teoria per comprendere i posti in cui, di volta in volta, piombavo. Esiste una classificazione dei luoghi e dei viaggiatori che li possono raggiungere e, visto che sono appena tornato da un viaggio lungo e interessante in Etiopia, ve la descrivo.

I posti sperduti

Sono quei luoghi dove non esiste alcun modo di rimanere senza soffrire. Sono luoghi dove non c’è acqua, elettricità o un tetto sopra la testa. Non c’è internet né la linea telefonica, mangi quello che capita e, se stai male, sono cazzi tuoi, perché non ci sono ospedali nell’arco di 500 km e, comunque, non potresti raggiungerli perché non ci sono mezzi per arrivarci.

Qualche anno fa sono salito sulle montagne dell’Himalaya. A un certo punto, dopo quattro giorni di cammino, finiamo in un rifugio a 4.500 m e io, da povero stronzo, mi rompo le costole cadendo. E niente: oltre a una piccola disinfezione di fortuna, non ho potuto farci niente. Non potevamo chiamare nessuno, non c’era rete, non c’erano ospedali; il più vicino era dall’altra parte della montagna.

Così quello che ho dovuto fare è stato stare zitto e camminare per altri tre giorni, fino ad arrivare in un paese dove un tizio mi ha accompagnato in ospedale, a Leh, dove hanno solo potuto dirmi che mi ero rotto le costole e che ero sopravvissuto.

Nei posti sperduti, se ti capita qualcosa, sei fottuto.

Nei luoghi sperduti c’è una sola categoria di persone che ci finisce: gli esploratori. Quel tipo di persona che desidera vedere posti dove nessuno va, se non ci fosse davvero costretto.

Esistono ovviamente livelli anche nel tipo di esploratori che esistono al mondo. Quelli che esploravano l’Antartide con la slitta nel 1900 o che si infilavano nelle foreste per scoprire cosa ci fosse in mezzo, prendendosi ogni tipo di malattia, sono una categoria estrema: gente coraggiosa, con le palle quadrate e uno spirito indistruttibile.

Gente che, per soddisfare la propria curiosità, è disposta a mettere a rischio la vita.

Fanno parte di questa categoria anche gli astronauti.

I luoghi scomodi

Sono luoghi dove mancano spesso le principali comodità della vita moderna, o comunque sono comodità difficili da ottenere oppure ottenibili di tanto in tanto. Luoghi dove manca la corrente per giorni, l’acqua calda te la sogni e, per bere, l’acqua la devi bollire.

Questi sono posti che ti suggeriscono di fare attenzione a ogni passo, perché non ci sono molte possibilità di fare stronzate. Nel luogo vivono delle persone abituate a vivere senza le principali comodità della vita moderna.

I viaggiatori che ci finiscono sono definibili come i pionieri. Sono persone che vanno in quei luoghi, ci passano del tempo e documentano il viaggio, raccontando agli altri cosa si possono aspettare dall’esperienza. Viaggiare nella depressione del Danakil o al sud, nell’Oromia, in Etiopia, significa andare in posti così.

Sono posti intrinsecamente pericolosi, non perché qualcuno vi voglia male, ma perché nessuno ha abbastanza tempo da preoccuparsi della vostra sicurezza, né della propria.

Nell’ultimo viaggio, in Etiopia, arriviamo in un posto che sembrava avere un boiler per l’acqua calda. L’acqua calda non usciva, provo ad accenderlo e prendo una scossa bestiale che, per pura fortuna, non mi lascia attaccato al boiler. Non salta nessun contatore perché non esiste, la messa a terra è un concetto alieno e, in ogni caso, dopo aver passato cinque minuti riflettendo sulla futilità della vita, esco fuori e trovo una decina di tizi dell’Arabia Saudita che masticavano khat e insistevano per offrirlo alla mia compagna di viaggio.

N.d.A.: il khat è uno stupefacente; quei tizi non avevano buone intenzioni nei confronti di Giuliana.

E non era un posto sperduto, era un posto ordinario.

Una scimmia ha graffiato Giuliana. Siamo andati in due ospedali: erano pieni di gente moribonda. Da quelle parti vai in ospedale solo se sei moribondo; per tutto il resto ci sono gli ospedali privati, se puoi permetterteli. Ci hanno riso in faccia e detto che il rischio di rabbia era troppo basso per proseguire con la profilassi. Ciao e tanti saluti.

I luoghi noti

Sono posti dove sono già passati sia gli esploratori sia i pionieri, ma che cercano ancora di mantenere quell’idea di lontano ed esotico che tanto piace ai turisti.

Perché, diciamocelo, a nessuno piace l’idea di sentirsi un, uh, turista.

A tutti piace quella patina di polvere e sangue che si accumula nei posti dimenticati da Dio. Ma al turista piace anche l’acqua calda, l’aperitivo la sera. O il ristorante che fa quella roba locale che — non mi ricordo come si chiama — ma la fanno con i fagioli e quelle spezie vostre.

A questo proposito posso raccontarvi un evento accaduto circa quindici anni fa. Vivevo e lavoravo in Egitto, a Hurghada. La città era già completamente urbanizzata e c’era già tutto quello che un turista poteva desiderare: bar, pub, hotel, ristoranti di ogni tipo. Ma, a un tiro di schioppo, c’era il deserto.

Organizzavamo delle scampagnate verso il mitologico villaggio beduino che stava lì nelle vicinanze. I turisti ne erano estasiati: facevano un giro sul cammello, bevevano il tè alla menta con i beduini, si accendeva il fuoco e si mangiava persino qualcosa di preparato alla maniera tipica.

Se siete turisti e vi portano in giro a incontrare le “popolazioni incontaminate” — TM! — scappate il più lontano possibile.

A quei beduini le provviste venivano portate dalla città, in 4x4. I turisti arrivavano ogni giorno e tutto era preparato in anticipo: il cibo, i cammelli, le traduzioni. Tutto era pronto per accogliere i turisti.

E non può succedere quasi niente che non sia già previsto nello script: arrivate, bevete il tè, fate il vostro giro sul cammello, guardate il tramonto, cena e a casa.

È brutto?

No, ma dovete sapere cosa state ricevendo. È come guardare un film sulla Seconda guerra mondiale: non state combattendo voi, non rischiate nulla.

Un’altra cosa importante è comprendere che, anche in posti così, è possibile perdersi e avventurarsi.

Ad Hurghada, appena usciti dalla città, il deserto si estende quasi immediatamente per un sacco di spazio. Accompagnavamo dei turisti a guardare le stelle in mezzo al deserto; ci si accampava per un po’ e al mattino dopo si tornava indietro. Nessuno aveva il GPS sul telefono, ma in ogni caso non avrebbe funzionato: erano i primi anni Duemila.

C’era una luna fenomenale e decido che sarebbe stata una buona idea scorrazzare in giro per le dune, allontanandomi dalle persone accampate. Vado avanti per una mezz’oretta buona, fino a quando scopro di essermi completamente perso, senz’acqua, senza cibo e senza alcuna idea di dove fossero gli altri o la città.

La sensazione di essere persi di notte nel deserto è una roba da cagarsi addosso, perché sai che al mattino ci saranno temperature orrende e tu non hai da bere né ombra. E, a continuare a muoverti, rischi solo di infilarti ancora più a fondo nel deserto.

Poi, per fortuna, ho cercato la duna più alta che vedevo e ho visto in lontananza il bagliore dell’accampamento. Ma ero a una decisione stupida dal lasciarci le penne.

I non luoghi per turisti

Sono posti dove anche la patina di alterità è sparita, il posto è stato piegato così profondamente ai desiderata del turismo che spesso diventa irriconoscibile ai suoi stessi abitanti.

Esempi di questo fenomeno sono città come Venezia, ormai ridotte a un parco giochi per turisti, con ristoranti ovunque, negozi di chincaglierie, calamite, bambolotti, mascotte e altre stronzate da riportare a casa per riempire il vuoto compresso che riempie l’anima delle persone.

Sono non luoghi, nel senso in cui li intendeva Augé: posti come aeroporti, alberghi, autostrade, slegati da ogni tradizione e cultura, posti da cui gli abitanti scappano.

Affittano la propria casa su Airbnb, ma se ne vanno. Alcuni centri stanno diventando così: gli abitanti storici vengono fatti sloggiare dalla pressione economica di un’industria turistica che offre pagamenti molto più alti per le stesse case dove vivevano le famiglie.

Il risultato finale di queste dinamiche è Disneyland. Una città senza abitanti, creata per illudere i turisti di vivere dentro un sogno per qualche ora o giorno, pagato a peso d’oro.

Città dove non vive nessuno, perché nessuno vivrebbe mai in un posto del genere, ma i lavoratori arrivano da fuori e vengono costretti a mascherarsi e diventare figuranti disposti ad accontentare il turista in tutto e per tutto.

Vieni, Pippo, dai, fatti una foto con noi sotto il sole cocente. Ci sono 45 gradi qui in Florida, ma tu non ti preoccupare: tanto sei solo ricoperto di plastica, ti pagano 10 dollari l’ora quando va bene e dormirai in qualche catapecchia, ma a noi non importa una sega, perché siamo qui per goderci il posto; del resto non ci importa nulla.

Posti dove l’individuo che ci transita e ci spende del tempo è completamente astratto dal suo ambiente, non è assolutamente interessato a quello che sarà il futuro del posto e ha con lo stesso una relazione puramente transazionale.

Ci sono non luoghi che in passato, malgrado il loro essere semi-disabitati, sono stati luoghi, dove persone hanno vissuto, amato, costruito futuri e ricordato passati, ma poi, per qualche ragione — di solito per ragioni brutalmente monetarie — hanno cominciato ad attirare persone: prima esploratori, pionieri, turisti e infine, purtroppo, cavallette che divorano gli ultimi rimasugli di anima del posto.

La speranza è che, dopo il passaggio delle cavallette, possa rifiorire qualcosa dalle ceneri dei non luoghi: un fiore sulla tomba di antiche civiltà.

Chissà, l’eternità è un tempo molto lungo.

Kurdt.

P.S. Ho aperto un account su substack, non vi preoccupate, è gratis, come al solito, iscri-ve-te-vici. 

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