venerdì 8 giugno 2018

L'ultima lezione




Arrivi a scuola e guardi la lavagna. La lavagna, quando un insegnante arriva a scuola è vuota, se va bene i bidelli l'hanno pulita ed è nera come il fondo di un pozzo, la notte.

La luna, in quel pozzo, devi mettercela tu.

La guardo quella lavagna, l'ho riempita per anni, cercando di regalare quelle quattro cazzate che sapevo, oggi è più vuota del solito, domani non ci sarà nessuno a leggerla. Da domani sarà una lavagna solitaria, zoppa, una lavagna che non serve a nessuno.

Cosa posso scrivere su questa cazzo di lavagna morente, cosa posso darvi che vi aiuterà domani, quando non sarò più io quello che ci scriverà sopra?

Allora prendo il gesso, uno dei tanti mozziconi di gesso che teniamo da parte, ho cinque minuti prima che arrivino in classe, così comincio a scriverci su quella lavagna. L'avrei voluta rigare, graffiare con un coltello, che se ne ricordassero domani, di quel maestro pazzo che faceva tradurre frasi strambe.  




Guardate quella "Y" sta a significare che ci ho provato, okay, ma sono un coglione uguale. Però rafforza il concetto.


E poi la traduciamo assieme, bambini. No, Could non vuol dire Freddo, suona simile, ma non è la stessa cosa, per Dio, così mi fai perdere tutta la poesia, Cristo.

"Maestro, ma Pupils vuol dire pupille vero?"

"Si Valeria, certo, volevo dire - Mie care pupille- questa è una lettera aperta ai miei organi di senso"

"Maestro, ma che vuol dire Kiddos?"

"È slang, vuol dire ragazzini"

"Noi non siamo ragazzini, noi siamo ragazzi, Maestro"

"Calma e sangue cold Amira, ne riparliamo tra qualche anno, per adesso siete a malapena paperelle"

"MAAAESSTROOOO perché fai colazione con il pane a fette?"

"Okay, ragazzi, oramai la poesia è andata a farsi fottere, ora ci mettiamo giù e traduciamo come Cristo comanda"
Sarà anche l'ultima lezione, ma devi onorarla come fosse la prima, altrimenti che senso ha? Ci sono tante cose che ho fatto in vita mia, cose di cui magari non sono nemmeno tanto orgoglioso, lavori che ho fatto per non crepare di fame, ma questo, Dio mio, è un lavoro che ha senso. Un lavoro di cui, domani, quando mi guarderò alle spalle, non rimpiangerò nemmeno un istante, non so quanti siano così fortunati.
Perché poter offrire una speranza a dei bambini, è un grande onore. Entrare in classe e cercare di essere sempre il meglio di te stesso, perché quelli che hai davanti se lo meritano,  è bello.

E oggi è l'ultima lezione. Cazzo.

E domani cosa farete? Cosa farò io? Come faccio a sapere che sarà tutto a posto, che mangiate la mattina, che non vi picchiano, che non siete finiti in casini più grossi di voi, che non vi stanno incasinando la testa con stronzate da vecchi?

"Maestro, ce lo lasci il numero di telefono?" Sono tre anni che me lo chiedono, domani, bambini, ve lo lascio il mio numero di telefono, così se succede qualcosa mi chiamate, se vi serve una mano, mi chiamate, se siete soli e avete paura di qualcosa, me lo dite, non varrò molto, ma ci provo, prometto che vengo ad aiutarvi. Cazzo, vengo in bici vengo. Sui gomiti, vengo.

Perché sono e sarò il vostro maestro. E voi siete stati i miei alunni, sperò di avervi fatto fare quel passo in più, quel passetto che vi farà superare l'ostacolo.

Guardo la mia classe come si guarda il mare, un brusio che sale e scende, pupille che guardano in giro, temperini, passami la gomma che l'ho persa, PLOT-TWIST il quaderno è sparito, smettila di guardarmi che t'ammazzo. Guardo la mia classe e mi rendo conto che non sono pronto a lasciarli, non gli ho ancora dato tutto quello che potevo, cosa diavolo ho fatto in questi anni? E se non bastasse? E pensare che ho fatto il possibile non va bene, il possibile, da certe parti, non basta. Ma ci ho provato, davvero.

Noemi, una delle mie alunne, una bambina con le stimmate dell'intelligenza, una bimba meravigliosa, mi ha chiesto se le potessi fare un disegno,così l'ho fatto. Ci ho messo un paio d'ore,  era felicissima. Un collega mi ha chiesto.

"Perché non te lo tieni e lo incornici?" 



"Perché è un dono".

"Ma Dylan Thomas poi. Mica lo capisce."

"Oggi, forse no. Ma domani lo capirà. Ed è il domani quello che conta. Un giorno lo leggerà e capirà. È una fune tesa tra l'oggi e il domani. Adesso la tendo, un equilibrista, prima o poi, ci camminerà sopra. Il mio lavoro è crederci e tirare quella fune".






Kurdt.


P.S. Caro bambino del futuro, che magari leggerai tutto questo per caso, non lo so dove ti ha portato la marea, ma anche nella notte più nera, ricordati,  ricordati che non sei dai solo, che ce la puoi fare. E se non ce la fai, incazzati, lotta, stringi i denti. Io ci credo che ce la farai. E se davvero pensi di non farcela, chiamami. Magari in due ci riusciamo.