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mercoledì 2 gennaio 2013

Alessio






Il convitto Inpdap di Spoleto sta in cima ad una collinetta, accanto alla rocca Paolina, che poi è anche l'edificio più vecchio della città.
In pratica, arrivando dalla stazione, bisogna farsi tutto il borgo, superare le vecchie magistrali e continuare a salire, farsi metà del corso, svoltare a sinistra salendo fino alla piazza del mercato, con le sue grandi fontane a forma di leone, infine superare anche il comune e s'era arrivati.

Il convitto era il minimo comune denominatore per 150 ragazzi e ragazze, che per la città di Spoleto erano (e sono ancora) definiti, con una punta di disprezzo, “I convittori”.

In convitto potevi entrare che avevi 14 anni, e iniziavi la via crucis delle superiori, ma dentro ci trovavi anche bambini, che avevano fatto le elementari tutte in quel posto, Simone Daga ad esempio, era entrato che aveva sette anni, così suo fratello Giuseppe, e tutta la famiglia dei Moro, e quella dei Lamberti.

Arrivavamo da tutte le parti d'italia, Francesco belvisi per esempio, non parlava quasi mai e camminava saltellando e suonava la chitarra elettrica, era di Pantelleria, Giorgio D'orlando, compagno di classe di Belvisi invece era biondo, stava con la più troia del convitto, Alterio Emanuela, Napoletana, e lui era di Gorizia.

I convittori, ci chiamavano. C'era di tutto, la in mezzo, ognuno di noi arrivava con una storia diversa, A Riccardo erano morti entrambi I genitori, Manuel Caddeo c'era finito perchè I genitori erano dei pezzi di merda, e un po' perchè lui era completamente matto, visto che tentava di scappare un giorno si e l'altro pure, con risultati alterni. Una volta lo riacchiapparono a Ostia, che cercava di tornare a casa, ma aveva sbagliato treno, e non aveva più I soldi del biglietto.
C'era un sacco di gente, la in mezzo, e c'ero anch'io, un ragazzino piccolo, sardo, con I capelli ricci e nero come il carbone, tanto da guadagnarmi l'appellativo di “negro”, che spesso veniva strillato da una stanza all'altra, per chiamarmi.

In quinto superiore eravamo in stanza in quattro, io, Alessio Cillara, Davide antona e Simone daga.

Davide Antona era bello grasso, che pareva un buddha da quanto era rotondo e paffutto, e m'aveva fregato la ragazza in terza superiore, ma avevamo fatto pace, perchè tanto la ragazza l'avevo lasciata, se se l'era fatta con il mio migliore amico, era evidentemente un troia. Con lui ho litigato di nuovo, qualche anno dopo, per altre ragioni, e non lo sento più da una vita.
In fondo non gli ho mai perdonato quella storia della tipa, ad essere sinceri sinceri. Era pure Siciliano, la tal cosa non aiutava.

Simone Daga è il mio migliore amico, ci sentiamo ancora, gli voglio ancora bene, e beh, ci assomigliamo, tutt'e due leggiamo fumetti e ridiamo di cazzate che fanno ridere solo noi, e prendiamo in giro I vivi e I morti. E poi è Sardo, e detto come va detto, solo un sardo può capire un altro sardo.

Anche Alessio era sardo, di Gavoi. Lo chiamavamo il Rabbino, perchè aveva la spiccata tendenza ad accumulare tutte le cose che poteva. Una persona più sensibile di me direbbe che era “parco” o che era “ Oculato”. Invece io no, e vi dico che era proprio tirchio come un Tirannosauro figlio di un rigattiere ebreo.

Tutte le mattine faceva il giro dei tavoli raccattando le Nutelline che non erano state consumate, proponendo spericolati scambi tra nutelline e cornetti, offrendo baratti e favori, tutto per riempire il suo armadietto di prelibatezze e leccornie che svariati convittori avevano già provato a scassinare senza successo.

Ma con noi era diverso, non ci negava mai nulla quando, travolti dalla fame chimica, ci avvicinavamo a mendicare nutelline e cornetti, fumavamo assieme nascosti nel bagno della camera, infilandoci a turno quando la ronda degli istitutori era passata, ed uscivamo con bulbi oculari inniettati di sangue e con sorrisi chimicamente motivati.

Ricordo ancora quando, un giorno, stavamo buttati su un prato, l'estate del nostro diploma, Davide disse :

“Ehi, vi propongo un patto, a tutti”

“Eh, sentiamo un po' questo patto” disse Alessio.

“Patteggiamo questo” Disse Simone, esplodendo un portentoso peto,

“Facciamo che il primo di noi che muore, gli altri gli devono andare a pisciare sulla tomba, eh?”

“Esagerato!” Disse Alessio.

“Okay, ma tanto sei tu quello che schioppa per primo, sicuro come il fatto che quest'anno ti bocciano all'esame” Dissi io

“E ma come funziona, schioppa per esempio kurdt, e Io e Alessio ci andiamo a pisciare sulla tomba”

“Ehi ehi ehi, vengo anch'io, gli piscio nel vaso di fiori” Aggiunse Davide,

“E okay, fino a qua ci siamo, poi però metti che muore Davide, cosa succede, Io e Alessio andiamo a pisciargli sulla tomba?”

“Certo” Dissi io “O volete pisciare solo sulle mie povere ossa?”

“Guarda che ti piscieremmo a bara ancora calda, e urleremmo tutti asssieme : coglione! Così, per farti sentire meno solo, e ricordarti chi sei”

“ Okay” e poi diciamo che schioppa pure Alessio, che facciamo, gli piscio sulla tomba da solo, come a dire, “ne resterà soltan to uno?”

“Mettiamola ai voti” Disse Davide.

E venne fuori che eravamo tutti d'accordo, perchè a diciotto anni mica si pensa a morire, e pisciare su una tomba suonava come un' idea fenomenale, sopratutto se prima di formularla avevi fumato una decina di cannoni.

E alla fine all'esame passammo tutti quanti, io con grande disonore, dopo che la mia prova venne praticamente annullata per aver scritto sul retro del foglio una versione completa della “locomotiva” di Francesco guccini, gli altri con risultati un po' migliori, ma non tantissimo, perchè nessuno di noi aveva studiato un cazzo di niente, e avevamo frequentato più il bar della piazza del mercato che la sala studi del Convitto.

Alla fine Io finii a Pisa, Davide simone e Alessio a Perugia.

Fu un giorno che tornai a Perugia che scoprìì che Alessio s'era beccato un bellissimo, simpaticissimo tumore. Non me lo disse lui, e non ricordo bene come lo venni a sapere, forse me lo disse Ilia, che gliel'aveva detto Alessio, ma a me, Alessio non disse mai niente, non era uno che voleva compiangersi.

Comunque m'informai, e lo incontrai, e non mi sembrava mica stare male, aveva la stessa faccia di sempre; I capelli radi li aveva sempre avuti, e la faccia sempre stata bianchiccia, nessun segno di mutamento visibile appariva, li imparai che non esiste qualcosa come Il “marchio del tumore” che ti segna e ti permette di essere riconosciuto in mezzo alla folla.

Parlai anche con lui, ma di altre cazzate, come al solito, ci salutammo, dicendoci che ci saremmo rivisti a breve, perchè sarebbe passato lui a trovarmi. L'anno dopo mi trasferìì a Perugia anche io, perchè avevo iniziato una storia con una tizia, ma lui era già tornato in Sardegna, e riuscivamo a vederci solo quando passava a salutare tutti quelle due tre volte all'anno.

Poi io mollai l'università e fini a lavorare in un villaggio turistico in egitto, e poi in Spagna, l'anno successivo.

A Lanzarote, una sera tornavo a casa mezzo ubriaco, mi misi al computer, apri facebook e lessi un messaggio di mia sorella Anna che diceva : “ Manu, Alessio è morto”. Anche Chiara, la mia fidanzata delle superiori mi aveva scritto, che “doveva parlarmi”.

Fai due più due, capisci cosa vuole dirti, decidi di chiamarla. Poi magari non la chiami e rimani chiuso in camera tua a piangere.

Piansi tutta la notte, quel giorno, chiamai tutt'e due le mie sorelle, ancora piangendo, e riascoltai un centinaio di volte Please ,please please” degli Smiths, che è una cosa che faccio solo nei momenti peggiori della mia vita, di solito quando vengo piantato in tronco, o tradito spudoratamente.

Qualche mese prima ci avevo anche parlato con Lui, e mi aveva detto di cambiare il layout del mio sito, perchè faceva cagare, e che se volevo me l'avrebbe fatto lui.

“Quanto vuoi” gli avevo chiesto, conoscendo il mio pollo.
“Non voglio niente, te lo faccio gratis” E questa cosa già avrebbe dovuto insospettirmi abbastanza.
“No dai, mi piace così com'è”
“E dai cazzo, fammelo fare, fidati che te lo faccio più bello di così”
“No Alè, dai, smettila”

E insomma, forse voleva lasciarmi qualcosa di suo, e io sono un vero pezzo di merda. Oppure il mio sito faceva davvero schifo al cazzo, e provava pena per me.

Comunque non sono potuto andare nemmeno al funerale, perchè stavo a 3000 chilometri di distanza, ed ero troppo povero per prendere un aereo con così poco anticipo. Il giorno dopo il mio capo continuava ad urlarmi addosso che

“Cosa cazzo hai? Sei distratto! Diocane, ripigliati”

Io glielo volevo anche dire che uno dei miei migliori amici aveva tirato le cuoia, ma poi mi sembrava di tradire Alessio, e allora stetti zitto e aspettai di tornare a casa per scrivere qualcosa.

Ancora non ho mantenuto la promessa che ci eravamo fatti. 


Kurdt.

mercoledì 2 novembre 2011

L'uomo di coccio e la donna d'argilla




C'era una volta un uomo di coccio, era nato proprio così, della stessa materia dei vasi.

Sua madre partorì normalmente, come partoriscono tutte le donne, ma quando l'ostetrica le passo il bambino, s'accorse che il bambino non era roseo com'era lecito aspettarsi, ma rosso color della terra.

E anche la consistenza del bambino non era quella morbida e grassoccia di tanti altri ma era solida e rossiccia. E un po' impolverata.

Il bambino era cresciuto come tutti gli altri, era andato a scuola come tutti gli altri, ma nessuno lo aveva voluto come compagno di banco, perchè ogni volta che si girava faceva volare qualche dente, e visto che era anche sbadato, capitava piuttosto spesso.

Non gli piaceva nemmeno parlare, non parlava infatti che con le cose, parlava con i rametti raccolti nel bosco, le pietre, i muri e i pali della luce erano ottimi interlocutori, schifava invece gli umani, che non capivano bene il suo tono di voce bronzeo e gutturale, e a volte quando si avvicinava lo cacciavano a colpi di pietra, che risuonavano sulla sua pelle dura con un “Gong”.

Il colore della pelle lo aveva ripreso da suo padre, ch'era di roccia invece che di coccio, e sicuramente aveva avuto una certa parte nel suo bizzarro destino.

Gli piaceva leggere però, e scrivere anche, sua madre, donna compassionevole e saggia, aveva deciso di insegnargli a farlo in tenerissima età, quasi per compensare la deformazione che lo appestava.

Il risultato era comico, un uomo di coccio, che non sapeva parlare, ma che riusciva a comunicare solo con parole scritte, aveva imparato ad esprimersi in qualche modo. Sembrava ai più come un sordo che avesse imparato il linguaggio dei segni, o un cieco dotto dell'alfabeto braille.

Il bambino di coccio cresceva, la gente aveva scoperto che sulla sua pelle si poteva scrivere molto bene, e quello che si scriveva o disegnava sopra restava impresso molto a lungo, così, a volte alcuni curiosi si avvicinavano a lui con un pennello e si mettevano a dipingere, dichiarazioni d'amore, che lui restituiva entusiasta, scene di guerra, che un po' lo spaventavano. Altri ancora solo insulti, come sui muri alla stazione.

La sua pelle dopo un po', aveva cominciato ad assomigliare ad un murales, o  un colossale tatuaggio. Alcuni disegni non gli piacevano per niente, e allora tentava di cancellarli in tutti i modi, uno in particolare non voleva proprio andare via, era un cuore dipinto con la vernice indelebile sullo sfondo di una bella spiaggia caraibica.
In tutti i modi aveva provato ad eliminarlo, con l'alcool, i solventi, s'era anche gettato, completamente nudo nell'acqua del lago, ma l'unico effetto era stato un forte raffreddore. E per gli uomini di coccio i raffreddori possono essere una cosa molto seria.

aveva deciso di viaggiare per paesi lontani, in modo da dimenticare il suo, dove si sentiva un po' solo, aveva incontrato i lapponi del nord, che avevano provato a gettarlo nella neve fredda, nella speranza di ripulirlo, aveva attraversato il deserto con le carovane degli uomini azzurri, che lo avevano ricoperto di sabbia. Aveva anche scalato le montagne rocciose del Tibet, in cerca di una maniera per cancellare tutti quei disegni, ma niente sembrava funzionare.

Ma niente fuzionava, e lui continuava ad assomigliare ad un bizzarro murales creato da mille mani, e anzi, i disegni sembravano aumentare di numero. Ora s'erano aggiunti, in ordine:

  1. Una renna con un corno spezzato
  2. Un cammello ed un cammelliere intenti ad affrontare il Sahara.)
  3. Un monaco tibetano che meditava (anche se questo disegno stava lentamente scomparendo da solo, e sorprendentemente, gli dava pace.)

Decise di tornare a casa. “Le ho provate tutte, oramai, e nulla ha funzionato, non ha senso continuare a viaggiare, tanto vale rimanere a casa, e vivere la vita come viene”

Mentre era sulla via di casa venne fermato da una donna d'argilla, che dopo averlo osservato per un po', gli chiese le ragioni delle sue pene.

“Sono tutto dipinto” Disse l'omino di coccio “e per giunta tutti si divertono a lasciarmi i loro ricordi addosso, e non posso cancellarli”

“Patetico” disse la donnina d'argilla, tutta contenta, saltellandogli attorno.

“Patetico e Ridicolo uomo di coccio” Aggiunse, ma con un tono gentile.

“Ti comporti come se tutte le pene del mondo gravino sulle tue spalle, ma guardati attorno, non sei solo tu ad essere strano e diverso.”

L'omino di coccio aveva spalancato gli occhi stupito, le sopracciglia, anch'esse di coccio, s'erano incrinate lasciando cadere una polverina rossiccia che gli sporcava i vestiti.

“Vieni qui e guarda” disse la donnina d'argilla, che a guardarla bene era proprio carina.

“Guardati attorno e dimmi cosa vedi” e con il dito la donnina indicava tutta la gente che li circondava.

E l'omino di coccio vide tante cose, omini d'argilla, di coccio, omini con due teste, omini che camminavano su tre zampe e altri che ancora svolazzavano trasportati come aerei a reazione dai loro peti, vide gemelli siamesi attaccati solo per il gomito che litigavano per chi dovesse scrivere (erano entrambi destrimani), e ancora uomini fatti solo di parole che si sfaldavano ad ogni grido.

E lui in mezzo a loro non si sentiva più così strano.

“Oggi sarò io il tuo dottore”, esclamò la donna di coccio divertita

“Due carezze e un bicchiere di latte questa è la mia ricetta per la felicità”

Appena furono pronunciate queste parole, tutte le scritte sulla pelle dell'omino di coccio iniziarono a sparire.

“Era così semplice quindi. Ed io che credevo di dover trovare chissà che segreto!”

“Si, sciocco, era semplice, ma è una caratteristica tipica di voi omini di coccio complicare tanto le cose ”

E l'omino, riconoscente, l'abbracciò e di nascosto le infilò un pezzetto di carta nel taschino-

“Ti voglio bene” diceva il foglio.

La donna d'argilla sorrise.