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mercoledì 2 novembre 2011

L'uomo di coccio e la donna d'argilla




C'era una volta un uomo di coccio, era nato proprio così, della stessa materia dei vasi.

Sua madre partorì normalmente, come partoriscono tutte le donne, ma quando l'ostetrica le passo il bambino, s'accorse che il bambino non era roseo com'era lecito aspettarsi, ma rosso color della terra.

E anche la consistenza del bambino non era quella morbida e grassoccia di tanti altri ma era solida e rossiccia. E un po' impolverata.

Il bambino era cresciuto come tutti gli altri, era andato a scuola come tutti gli altri, ma nessuno lo aveva voluto come compagno di banco, perchè ogni volta che si girava faceva volare qualche dente, e visto che era anche sbadato, capitava piuttosto spesso.

Non gli piaceva nemmeno parlare, non parlava infatti che con le cose, parlava con i rametti raccolti nel bosco, le pietre, i muri e i pali della luce erano ottimi interlocutori, schifava invece gli umani, che non capivano bene il suo tono di voce bronzeo e gutturale, e a volte quando si avvicinava lo cacciavano a colpi di pietra, che risuonavano sulla sua pelle dura con un “Gong”.

Il colore della pelle lo aveva ripreso da suo padre, ch'era di roccia invece che di coccio, e sicuramente aveva avuto una certa parte nel suo bizzarro destino.

Gli piaceva leggere però, e scrivere anche, sua madre, donna compassionevole e saggia, aveva deciso di insegnargli a farlo in tenerissima età, quasi per compensare la deformazione che lo appestava.

Il risultato era comico, un uomo di coccio, che non sapeva parlare, ma che riusciva a comunicare solo con parole scritte, aveva imparato ad esprimersi in qualche modo. Sembrava ai più come un sordo che avesse imparato il linguaggio dei segni, o un cieco dotto dell'alfabeto braille.

Il bambino di coccio cresceva, la gente aveva scoperto che sulla sua pelle si poteva scrivere molto bene, e quello che si scriveva o disegnava sopra restava impresso molto a lungo, così, a volte alcuni curiosi si avvicinavano a lui con un pennello e si mettevano a dipingere, dichiarazioni d'amore, che lui restituiva entusiasta, scene di guerra, che un po' lo spaventavano. Altri ancora solo insulti, come sui muri alla stazione.

La sua pelle dopo un po', aveva cominciato ad assomigliare ad un murales, o  un colossale tatuaggio. Alcuni disegni non gli piacevano per niente, e allora tentava di cancellarli in tutti i modi, uno in particolare non voleva proprio andare via, era un cuore dipinto con la vernice indelebile sullo sfondo di una bella spiaggia caraibica.
In tutti i modi aveva provato ad eliminarlo, con l'alcool, i solventi, s'era anche gettato, completamente nudo nell'acqua del lago, ma l'unico effetto era stato un forte raffreddore. E per gli uomini di coccio i raffreddori possono essere una cosa molto seria.

aveva deciso di viaggiare per paesi lontani, in modo da dimenticare il suo, dove si sentiva un po' solo, aveva incontrato i lapponi del nord, che avevano provato a gettarlo nella neve fredda, nella speranza di ripulirlo, aveva attraversato il deserto con le carovane degli uomini azzurri, che lo avevano ricoperto di sabbia. Aveva anche scalato le montagne rocciose del Tibet, in cerca di una maniera per cancellare tutti quei disegni, ma niente sembrava funzionare.

Ma niente fuzionava, e lui continuava ad assomigliare ad un bizzarro murales creato da mille mani, e anzi, i disegni sembravano aumentare di numero. Ora s'erano aggiunti, in ordine:

  1. Una renna con un corno spezzato
  2. Un cammello ed un cammelliere intenti ad affrontare il Sahara.)
  3. Un monaco tibetano che meditava (anche se questo disegno stava lentamente scomparendo da solo, e sorprendentemente, gli dava pace.)

Decise di tornare a casa. “Le ho provate tutte, oramai, e nulla ha funzionato, non ha senso continuare a viaggiare, tanto vale rimanere a casa, e vivere la vita come viene”

Mentre era sulla via di casa venne fermato da una donna d'argilla, che dopo averlo osservato per un po', gli chiese le ragioni delle sue pene.

“Sono tutto dipinto” Disse l'omino di coccio “e per giunta tutti si divertono a lasciarmi i loro ricordi addosso, e non posso cancellarli”

Patetico” disse la donnina d'argilla, tutta contenta, saltellandogli attorno.

Patetico e Ridicolo uomo di coccio” Aggiunse, ma con un tono gentile.

“Ti comporti come se tutte le pene del mondo gravino sulle tue spalle, ma guardati attorno, non sei solo tu ad essere strano e diverso.”

L'omino di coccio aveva spalancato gli occhi stupito, le sopracciglia, anch'esse di coccio, s'erano incrinate lasciando cadere una polverina rossiccia che gli sporcava i vestiti.

“Vieni qui e guarda” disse la donnina d'argilla, che a guardarla bene era proprio carina.

“Guardati attorno e dimmi cosa vedi” e con il dito la donnina indicava tutta la gente che li circondava.

E l'omino di coccio vide tante cose, omini d'argilla, di coccio, omini con due teste, omini che camminavano su tre zampe e altri che ancora svolazzavano trasportati come aerei a reazione dai loro peti, vide gemelli siamesi attaccati solo per il gomito che litigavano per chi dovesse scrivere (erano entrambi destrimani), e ancora uomini fatti solo di parole che si sfaldavano ad ogni grido.

E lui in mezzo a loro non si sentiva più così strano.

“Oggi sarò io il tuo dottore”, esclamò la donna di coccio divertita

“Due carezze e un bicchiere di latte questa è la mia ricetta per la felicità”

Appena furono pronunciate queste parole, tutte le scritte sulla pelle dell'omino di coccio iniziarono a sparire.

“Era così semplice quindi. Ed io che credevo di dover trovare chissà che segreto!”

“Si, sciocco, era semplice, ma è una caratteristica tipica di voi omini di coccio complicare tanto le cose ”

E l'omino, riconoscente, l'abbracciò e di nascosto le infilò un pezzetto di carta nel taschino-

“Ti voglio bene” diceva il foglio.

La donna d'argilla sorrise.

mercoledì 13 aprile 2011

L'omino che s'era dimenticato il nome (Favola sbilenca)

C'era una volta, come nelle favole che si rispettano, un protagonista, diciamo che il nostro protagonista si chiamava, vediamo un `po, Boh. (Per motivi di trama non si puó rivelare)

Ecco, Boh si chiamava.Ogni mattina si risvegliava con la stessa domanda.

“Come cazzo mi chiamo io?

E non poteva rispondere.

Era un bel problema, quando una ragazza gli si avvicinava, era costretto a scappare via con scuse ridicole :“C'è una scimmia a tre teste alle tue spalle!” o “scusami tesoro ma soffro di una grave forma di sociopatia contagiosa e non vorrei far estinguere l'umanitá” ad esempio.

Aveva anche provato a risolvere il problema chiedendo alla gente per strada,  fermava i passanti e gli interrogava, potevano essere anziane con nipote, impiegati con cane, o donne grasse, non faceva differenza, il dialogo era sempre simile :

“Senta, ma secondo lei come mi chiamo io?”

“Ma è ubriaco? che domanda è?”

“No no, sono sobrio,mi perdoni ma ho perso la memoria e non ricordo più il mio nome, secondo lei come mi chiamo? La prego, mi aiuti,”

“Mah, così su due piedi, beh, non è facile eh, magari la conoscessi da piú tempo, saprei dirle meglio!”

“Ci provi, tiri ad indovinare” la pregava dal basso del suo metro e mezzo, l'omino.

“mah, vediamo... Giorgio”

E allora l'omino senzanome decideva di chiamarsi Giorgio, o Michele, per una settimana, fino a quando capiva finalmente che nemmeno quello  era il suo nome, così ricominciava il processo.

Un giorno si avvicinò ad un signore grosso grosso, alto il doppio di lui, e saltellandogli attorno gli domandò :

"Scusi, signor gigante, ma secondo lei, come mi chiamo io?"
"Come, non lo sa? "

"No! per questo le domando, guardando la mia faccia, saprebbe dirmi come mi chiamo?"
Mhhh ora che ci penso, lei ha proprio una faccia da salame!”

"Grazie tante signor gigante! farò buon uso del suo consiglio!"

Il nostro omino passava le settimane successive a presentarsi così, precipitando la sua vita ad un livello ancora più basso.

“Molto piacere, io mi chiamo Raffaele”

“Il piacere è tutto mio, Salame”

“Ma che fa, insulta?”

“No no, mi chiamo proprio così, Salame, con la S maiuscola”

“Altro che salame, la sua è una bella faccia di merda!” Replicava l'altro alzando i tacchi.

“Grazie del consiglio! Diceva allora il nostro ignaro omino, che cercava sempre di sfruttare le buone imbeccate gratuite.

Tutto questo gli stava costando moltissimo anche con le donne, che, com'è noto, guardano per prima cosa il nome, di una persona.

“Molto piacere, Giulia”

“Incatato di conoscerla, Merda”

“Sciaff”" PERVERTITO!"

La sua vita continuava a peggiorare di giorno in giorno.

Così che decise di avere bisogno di aiuto, e andó a bussare alla porta di un famoso stregone,di nome T'arcord, che si era fatto una certa fama nei casi come il suo.

Lo stregone apri la porta, e strinse la mano all'omino

"T'arcord, piacere" disse.

"..."

"Capisco, lei non ricorda piú il suo vero nome" disse t'arcord, strabuzzando gli occhietti nascosti dietro due occhialoni di vetro  verde.

"Proprio così" disse l'omino senza nome, un pó imbarazzato.
Lo stregone fece sedere l'omino all'interno di un gigantesca sedia a forma di uovo, sistemata proprio all'interno della stanza.

"Si sieda, la prego" disse lo stregone, indicando l'uovo.
L'omino si sedette,rannicchiato nella strana poltrona,
"Questa sedia speciale si chiama Memoriam, e serve a ricordare, in una sola seduta tutto quello che è stato dimenticato nel passato, e anche quello che verrá dimenticato nel futuro! si rilassi, amico mio, e non si preoccupi, la sedia fará tutto da sola, lei liberi la mente da tutti i pensieri che l'affliggono."

L'omino chiuse gli occhi, strizzando le palpebre, diventando prima rosso, poi blu, ed infine verde  per lo sforzo di ricordare, respirava a fatica, i muscoli tesi, era un ode alla  sofferenza.

"Si rilassi! non serve che si sforzi, anzi! è controproducente, il meccanismo Unico Omnisciente Vision-Onirico, U.o.v.o, per gli amici, viene disturbato da flussi di coscienza agitati, quindi si rilassi, o saró costretto a darle una martellata in testa.

"Ma come faccio a rilassarmi? Non è possibile, a comando!"

"Preferisce la martellata?"

 L'omino taque grattandosi la testa

Poi si lasció affondare nella superpoltrona U.o.v.o. E il suo restpiro si fece regolare e tranquillo, il dottore abbasso la luce della stanza. L'unica cosa illuminata era l'uovo, piazzato al centro della stanza, mentre lo stregone sedeva alla sua scrivania.

Una porticina si aprì nella parte inferiore dell'uovo, e da li usci un piccolo pulcino, che trotterellando si avvicino alla scrivania del dottore, gli saltó su una spalla e gli pigoló qualcosa all orecchio, quindi ritornó al punto di partenza, all'interno della poltrona, la piccola porticina gli si richiuse alle spalle.

"Ah amico mio, ora so qual'è il suo nome, il mio piccolo assistente fa sempre il suo dovere. Ora peró, è necessario che lei si renda conto di non averlo mai dimenticato, quel nome "

"Ehi! sta insinuando che mi sto facendo male da solo? Che sto prendendo in giro la gente e pure lei?"

"Amico mio" Disse lo stregone. "Il problema è che lei non vuole ricordare il proprio nome"

"Come no! Certo che lo voglio ricordare, pensi che chiedo alla gente per strada di aiutarmi con qualche consiglio!"

"Certo che lo fa", sorrise lo stregone "è più facile chiedere ai passanti! le racconterò una storia, per aiutarla." e lo stregone improvvisamente si fece serio.

"Un poliziotto sta facendo la sua ronda notturna, quando vede un tizio ubriaco girare attorno ad un lampione, lo sguardo rivolto a terra. Cosa cerca? gli chiede ho perso le chiavi e le sto cercando rispose l'ubriaco, le ha perse qui, sotto il lampione? lo incalzava il poliziotto No, ma dove le ho perse è buio adesso, non le troverei mai. "

Lo stregone  congiunse le mani e continuò

 "Lei è l'ubriaco del mio racconto,   ma ormai non ha piú importanza, ora, si faccia coraggio e mi dica come si chiama"

"Io.. mi chiamo... Napoleone"

Lo stregone sorrise amabilmente e applaudì .

"Bene  signor napoleone, e ora che si è ricordato chi è, mi faccia un favore, non se la prenda troppo per Waterloo, una debacle puó capitare a tutti"

"Non so di cosa parla, dottore, ma la ringrazio infinitamente! Merci! quanto le devo?"

E il ritrovato Napoleone infiló la mano sotto la giacca, per prendere i soldi e pagare il famoso stregone, quando si accorse che non riusciva ad estrarre la mano dalla giacca.

"Che succede! Non riesco a tirar fuori la mano!" strilló in preda al panico.

"Non si preoccupi Monsieur Napoleon, ho solo lanciato un piccolo incantesimo di ricoscenza su di lei, questo incantesimo la proteggerá dalle pallottole vaganti"

"Fantastique! Meravilleux!"

"Ma visto che anche io volevo qualcosa, nell'incantesimo c'è una piccola clausola, lei dovrá portare la mano al portafoglio, almeno una volta al giorno, per ricordarsi dell'aiuto ricevuto da me, non voglio soldi. Ah, dovrà farlo in pubblico"

Napoleone, perplesso, ringrazio e imboccò la porta.



Morale: non ti fidare mai degli stregoni, sono gente strana