domenica 4 dicembre 2016

Bluebird


Parte I : Sotterranei
Parte II : Poe

E così abbiamo continuato a scendere in quel merdaio. Io e il mio corvo da compagnia siamo proprio una bella coppia. Mi stava appollaiato come un pappagallo al suo pirata preferito.

«Senti» Gli ho detto «Ma sei sicuro della direzione
«Non lo so, francamente non ci sono mai entrato, odio la concorrenza
«La concorrenza?» E devo aver avuto una faccia stupita, perché Poe mi ha guardato come se volesse cavarmi un occhio e sputarlo giù per le scale.
«Si, la concorrenza. Ma adesso smettila di fare domande del cazzo e continua a scandere, non vedi niente di strano

Effettivamente qualcosa di strano c'era. Le scale erano costruite all'interno di una grotta, non credo nemmeno le si potesse chiamare scale. Avevano più l'aspetto di rocce buttate a caso lungo un buco, eravamo costretti a saltare dall'una all'altra per evitare di romperci l'osso del collo.
«Ehi, ma tu non potresti scendere giù volando, invece di starmi appollaiato sulla spalla? Pesi parecchio, non ti hanno mai detto che forse è ora di mettersi a dieta
«Non rompere i coglioni, sono il tuo animale guida, fino a quando non dimagrisci tu, non dimagrisco manco io, chiaro, grassone? Anche se pare che qualcosa tu stia facendo»

«Mah, diciamo che non ho molta fame, negli ultimi tempi» Ho risposto
«Dieta del rancore, credo che la chiamino. Efficacissima per la pancia, meno per le coronarie.» Ha chiuso il discorso lui.

Più scendevamo a fondo, meno ci vedevo. Fino a quando non ci siamo ritrovati completamente al buio.

«Non si vede più un cazzo di niente. Tu vedi qualcosa Poe?»
«Non sono un pipistrello, imbecille. E comunque qualcosa si vede ancora, vedi quelle pietre più luminose? Sono ricordi. I tuoi ricordi. Seguili»


Mi sono avvicinato alla prima pietra.Era di un blu brillante. Come guardare dentro un lago, di notte. Sul fondo, qualcosa si agitava come una trota presa all'amo. L'immagine vaga di un bambino che viene sollevato dalla madre a fare l'aereo. Quel bambino ero io. Sembravo molto felice.

«Ehi corvaccio! Quello sono io!»

«Cazzo, sei un genio. E chi credevi che fosse? Nelson Mandela?»

Mi sono spostato poco più in là, mia madre mi regalava una macchinina radiocomandata, ero stato bocciato all'esame per saltare la prima elementare. Non sapevo scrivere in corsivo. Sempre odiato venire bocciato agli esami.

C'è mio padre che piange. Piange perché è morto suo fratello, solo una lacrima, non di più. Forse pensava che potessero essergli utili un giorno o l'altro, tutte quelle lacrime risparmiate. Fatto sta che non l'ho più visto farlo.

Mia sorellina che si butta tra i rovi per salvare dei gattini finiti lì chissà come. Quando ne è uscita fuori perdeva sangue anche dalle orecchie, ma aveva un sorriso degno degli oscar. Amavo mia sorella, pensavamo di andare a fare i Reporter per i documentari sugli animali, da grandi. Pensavamo di farlo assieme. Poi chissà che è successo.

Per quei gattini costruimmo sotto un cespuglio una piccola tana. Usammo i nostri vestiti, tanto erano così sporchi che nessuno ci avrebbe fatto caso. Poi iniziò a piovere e i gattini s'inzupparono tutti.Parevano dei calzini appena usciti dalla lavatrice.

Mio fratello che mi amava e mi considerava un Dio. Poi ha scoperto che sono un povero stronzo come tutti. Ma mi vuole ancora bene, per fortuna.

C'è il tizio che mi picchiava alle scuole medie, Yuri. Si è ammazzato finendo contro un albero, suo padre si era suicidato e suo fratello ha seguito l'esempio, facendosi un beverone di varechina. In fondo a me è andata meglio, poveracci.

«Quanti ricordi importanti si possono avere in una vita?» Chiedo al mio corvo domestico.

«Parecchi amico mio, parecchi. Poi arriva l'alzheimer e non ti ricordi più un cazzo. Quindi non preoccupartene troppo, spariscono tutti, prima o poi.»

«Sempre ottimista tu» 


Ci sono le montagne di Spoleto. Il bagno della cameretta dove ci fumavamo le canne alla faccia di tutti gli educatori del mondo. Che poi lo sapevano cosa facevamo, ma visto che eravamo simpatici non ci dicevano niente.

C'è un ospedale psichiatrico dove riesco a scappare grazie ad una partita a scacchi particolarmente fortunata. E Michele che mi viene a recuperare nel cuore della notte. Non te l'ho mai detto,
ma se non mi avessi recuperato tu, quella notte probabilmente mi sarei ammazzato, grazie.

E poi c'è una porta. La superficie è riflettente, non ha maniglia. In cima c'è un'iscrizione che recita:            

                                             «Entri solo chi ha qualcosa da lasciare»

E allora ho capito. Ho aperto la porta. Un laghetto verde smeraldo mi si stendeva di fronte. Dal piano di sopra una cascata ci ruzzolava dentro, facendo il rumore di una pisciata dentro una tazza per giganti. L'acqua però era pulita, cristallina.
 Leonard Cohen appoggiato ad una parete, con il cappello tirato giù fino agli occhi recitava una poesia.

«Amico, credevo che fossi morto» Dico io
«Prima o poi tocca a tutti» Dice lui, sorseggiando un bicchiere di vino rosso. Lo lascia a metà e continua a recitare.

«E ora fai quello che devi fare, lascia qualcosa e vattene. Questo posto non è fatto per rimanere. E fatto per passare» E così capisco. Mi avvicino al ciglio del laghetto. Dentro ci nuotano delle carpe rosse che mi fissano, boccheggiando. Ma non ho mangime per loro. Tolgo dalla tasca due fiaschette. Il liquido che c'é dentro è di colori diversi. Sono le lacrime del prima e del dopo. Quelle di prima sono di un azzurro chiarissimo, cristalline, quelle del dopo  sono blu, cupo. Le mescolo. Il colore che viene fuori è un azzurro scuro. Getto tutto nel lago,

Un anello per mani piccole, più piccole della misura sei.

Un acquamarina che si stacca e si ripara con la colla.

Un tetto di Amianto che ci ha salvato.

Butto il nome di un gatto. Involtino. Non è certo un nome da gatto.

Getto nell'acqua una voce che mi chiama «Zio!». E questa è stata difficile da buttare. Avrei voluto tenerla, ma pesava troppo, non si poteva.

Tolgo dalle tasche una manciata di parole. Si sono trasformate in sabbia. Butto anche quelle.

Infine m'infilo una mano nel petto, strappo fuori un pezzo di me. Ancora palpita. Ancora sanguina. Non avrei mai pensato di separarmene. Questo lo getto più lontano, non sia mai che trovi la via per tornare.


Poi mi giro e imbocco l'uscita. Cohen mi saluta con un cenno del cappello.

Salgo le scale al contrario, schivo tutti i ricordi, non voglio fare indigestione. Arrivo fino all'albero sotto cui la mia gatta mi aspetta, come al solito.

«Ciao, guarda chi ti è venuto a trovare. Dice di chiamarsi Hank» sbraita la gatta, indicandomi con la coda un tizio seduto sotto l'albero. Quello mi guarda con gli occhi semichiusi. Quindi mi chiama indicandomi di sedermi accanto a lui.

«Ragazzo, vieni qui siediti, devo darti una cosa»

Così mi siedo vicino a lui.

«Sei triste eh?»

«Già»


«Anche a me capitava. Ma non ci fare troppo caso, se fa male vuol dire che sei vivo. Piuttosto, ti ho portato un regalo»

«Che è?»

Il vecchio si guarda attorno per assicurarsi che nessuno lo veda, poi caccia fuori dalla giacca lurida di vino e sporcizia un pettirosso e me lo allunga. Lo copre con le mani per non farlo scappare, lo tiene con cura.

«Questo era mio, una volta. Prendilo tu. Mettilo al posto di quel pezzo che hai perso.»

Il pettirosso vola via dalle sue mani e mi s'infila nel petto. Continua a cinguettare. Non è male come sensazione.

«Ricordati di dargli da mangiare, altrimenti crepa eh»

«Certo, per chi mi hai preso»

«Per un coglione. Ragazzo, non te lo ripeterò più, quello è un animale raro, se lo perdi o muore non ne troverai un altro, okay?»

«Okay» Dico. Il vecchio si alza barcollando, da un calcio a Donna Carlotta che per tutta risposta gli morde uno stinco.

«Grazie Hank! E ehi, vecchio ubriacone! datti una regolata, hai quasi cento anni" Gli urlo mentre si allontana.

«Che male vuoi che faccia ormai. Non ringraziarmi troppo, pensa solo a tenerlo ben nascosto. La gente non sa che farsene di una mammoletta. Uh tieni lontano quel gatto di merda, o se lo mangia.»
«Ok»

«Quel tizio è proprio uno stronzo» Dice la gatta.

«Già. Ma mi ha fatto un bel regalo

"Già" Dice la gatta. E capisco che la giornata per oggi è finita.



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